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Il 2020 volge al termine, manca solo un trimestre.

Le aziende italiane ignorando i bilanci sono tornate al lavoro, in un modo o in un altro.

Un lavoro che però non sarà mai più come lo avevano lasciato prima dell’emergenza Covid-19.

Questa crisi ha colpito aziende di ogni tipo, settore e dimensione registrando cali significativi così come riportano tutti i dati pubblicati dall’ISTAT, ed era tutto facilmente pronosticabile. Purtroppo.

Ma volendo guardare oltre, cosa ci aspetta nel 2021? Quale sarà la nuova “normalità”? Cosa dicono gli economisti e i leader d’azienda? Come uscirne?

Gli esperti, la politica e le istituzioni internazionali sono tutti d’accordo: occorrono forti misure di stimolo alla domanda.

Ma in realtà le politiche messe in atto dai diversi governi dell’Unione Europea sono diverse ma, in questa diversità, il governo tedesco sembra proporsi come modello esemplare.

In Germania, all’inizio di giugno, è stato approvato un programma di stimolo fiscale che, oltre a varie misure di sostegno all’investimento pubblico, privato e alle piccole e medie imprese, ha incluso sin da subito la diminuzione temporanea dell’IVA dal 19 al 16%.

Tutte le manovre messe in atto dal governo tedesco (130 miliardi, pari al 3% del Pil tedesco) sono volte a sostenere la domanda “adesso” “ora” “subito”, senza aspettare gli euro e gli interventi (sempre incerti) dell’Europa. I fondi del Recovery Plan con tutta probabilità non avranno (sempre che arrivino) effetti nel breve termine.

C’è da dire che sicuramente lo stimolo alla domanda tedesca produrrà effetti benefici anche in altri paesi della comunità europea, ma questi effetti potrebbero essere maggiori se anche gli altri governi seguissero le orme tedesche “rivedendo”, anche solo in parte e temporaneamente, le regole fiscali.  

In Italia, così come altrove in Europa, le politiche adottate si affidano prevalentemente all’azione della BCE la quale, come previsione di partenza, ipotizza una flessione del PIL dell’8,6% nel 2020 con una ripresa del 5,2% nel 2021 e del 3,3% nel 2022.

Dati che però, nel loro insieme, sono comunque fortemente caratterizzati da un importante grado di incertezza.

Le azioni della BCE, come la ripresa del Quantitative Easing (sostegno all’economia della UE), l’aumento di 600 miliardi del Pepp (piano pandemico di acquisto titoli), la stabilità dei tassi di interesse sui depositi, non siamo sicuri che siano sufficienti per tornare a far quadrare conti e bilanci. 

Lo ripete da tempo anche la Lagarde che, sostenuta da economisti e luminari del business, le attività della BCE sono indispensabili ma non basteranno.

Occorre che i governi intervengano presto con misure dedicate di politica economica e soprattutto fiscale.

Qualcuno si sta adoperando, altri ci stanno pensando, e mentre la politica pensa gli imprenditori italiani attendono, mentre lavorano … in un modo o in un altro.